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Perché è ancora importante leggere Leonardo Sciascia
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Adelphi ripubblica l’opera completa di Leonardo Sciascia, ma accanto ai tre volumi attesi (due già usciti) fa emergere anche volumi più sottili: la bella collezione di scritti letterari Fine del carabiniere a cavallo, all’inizio dell’anno scorso; e ora l’ultimo libro esce vivo Sciascia, un ricordo futuro (se la memoria ha un futuro). Curatore di tutti questi libri è Paolo Squillacioti, che è uno dei migliori romanzi filologi della sua generazione e lo vediamo: nel senso che le sue annotazioni ai testi sono esemplari, e molto utili quando si tratta di saggi letterari, indispensabili anche quando arriva agli articoli raccolti in una memoria futura, che si riferiscono a cose e persone che molti potrebbero aver dimenticato.
Questi trentuno articoli, pubblicati tra il 1979 e il 1988, riguardano principalmente il caso Mafia e Tortora (ma Sciascia ha il tempo di reagire all’arresto di Sofri nell’estate del 1988, e - in una nota sull’Espresso - un detto convinto della sua innocenza, e c’è anche un lungo articolo nel libro su Roberto Calvi: suicidio, secondo Sciascia, non ucciso morto). Tra gli articoli sulla mafia, sono noti quelli in controversia con Nando Dalla Chiesa, a cui non piaceva il fatto che Sciascia avesse criticato il modo in cui suo padre aveva vissuto a Palermo, "senza protezione e precauzione" (Dalla Chiesa, secondo Sciascia, "Aveva di se stesso e delle immagini letterarie avversarie e comunque immagini’arretrate’"); e quelli sui "professionisti antimafia" sono ben noti, seguiti dalle polemiche con il Coordinamento Antimafia e con i giornalisti Eugenio Scalfari e Giampaolo Pansa. Ma non possiamo leggere o rileggere un ricordo futuro per ricordare quello che è successo in Italia negli anni ottanta: la prospettiva di Sciascia è troppo parziale, e a coloro che non conoscono o ricordano gli eventi per averli vissuti dovrebbero essere avvisati, in primo luogo, buon libro sulla storia italiana della seconda metà del XX secolo. Né si legge per decidere, dopo trent’anni, se e quando Sciascia aveva ragione, anche se è chiaro che aveva spesso ragione (certamente sulla persecuzione di Tortora, certamente no, ma è un’opinione personale, sull’antimafia e sul ruolo e condotta del potere giudiziario: "Sospetto spesso che la macchina della giustizia si muova nel vuoto o, peggio, rotolando chi, per distrazione propria o spinta dagli altri, si trova a toccarlo"). Allora perche? Armatura ideologica Per coloro che hanno letto così tanti libri senza essere veramente esperti in alcunché, i saggi di Sciascia rappresentano una sorta di compenso: la promessa, o la prova, che un’intelligenza e una cultura superiore possono avere una visione più profonda e più vera delle cose di ciò che è permesso per specialismo. Certo, Sciascia non era l’unico intellettuale della fine del ventesimo secolo a parlare delle cose del mondo osservandole dall’alto, dallo speculum della letteratura e della filosofia; ma a differenza di Pasolini e Fortini, Sciascia non aveva, per proteggerlo, l’armatura di un’ideologia. Ciò significa che nessuna idea precostituita ha condizionato i suoi movimenti dando un corso alle sue idee: che è particolarmente apprezzato nei tempi anisologici come dovrebbe essere. Sciascia non legge la realtà attraverso il filtro Marx o Adorno: usa Manzoni, Pirandello, Brancati, Savinio, Stendhal e li usa per non riprodurre la loro visione del mondo ma per assorbire qualcosa della loro saggezza. Non crede che Manzoni abbia ragione quando parla di Provvidenza, crede di averlo quando riconosce in don Abbondio un emblema del trasformismo italiano e della codardia. |
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