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La Turandot a Verona
Prosegue all’Arena di Verona il 96 ° Festival d’Opera con la produzione di Zeffirelli
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Titolo di grande richiamo, sopratutto se una tariffa da riceva in questo caso è un’aria sola o, meno ancora, una nota sola ... Gli spalti sono gremiti e ancora il codice per entrare sono piuttosto lunghe quando mancano pochi minuti al primo gong. Tantissima gente accorre a sentire il famoso "vincerò!", Ma il problema è che il "vin-ce-rò!" Arriva solo al terzo atto e dopo prima di poter andare a casa manca ancora più di mezz’ora ...
Insomma non è facile tenere incollati le persone, migliaia di persone, su quelle gradinate al caldo aspettando il loro momento preferito cercando di convincerle che tutta, ma proprio tutta, la Turandot è un’opera magnifica! Bene, Zeffirelli nella magia e ci tiene incollati alla poltrona con uno dei suoi spettacoli più belli. Siamo di fronte infatti allo stile Zeffirelli, quello che davvero riesce a farci sognare. Forse complimenti in questo successo è comunque l’impegno di Franco Zeffirelli firma una regia spettacolare, ricca e opulenta ma mai ridondante. Ci sono in una Cina mai esistita, se non nelle fiabe e nei racconti.Chiaramente alla base è una grande studio che porta questa artista ad affrontare con successo un repertorio tra i più difficili, ma ha un sacco di più: sopratutto, riesce a raccontare al pubblico questa "umanità". Persino nella principessa di gelo, tutto avvolta in una austerità propria, riesce a sgelarne l’anima ed un convincere il pubblico. E’un vero peccato che Puccini non abbia scritto lui il finale dell’opera perché è incarnato alla perfezione l’evoluzione di questa donna. Le scene sono imponenti e magnificamente popolari, il senso di stupore non può che coinvolgere anche i palati più esigenti, come il mio regista. Questo è il modo in cui è narrato, questa è raccontata in modo logico e semplice, così come si farebbe con qualsiasi fiaba, giocando con forme e colori, intessendo ogni episodio in un magnifico intarsio di lacche lignee. Ottima la direzione dei protagonisti e delle masse che affollano e sgombrano la scena coerentemente e con precisione ed in poco tempo, segno di un ottimo lavoro di pre-produzione. Completo di tutto i costumi di Emi Wada ed il lighting design di Paolo Mazzon. Ha sicuramente giocato un favore anche la prova dell’itera compagine musicale. Prima su tutti la direzione, passatemi il termine, "magica" di Daniel Oren.Raramente ho sentito l’orchestra suonare così bene! La direzione di Oren tende a privilegiare gli aspetti emotivi della vicenda in buca, così come la modernità della musica raffinatissima di questo Puccini diventa un tutt’uno col teatro. Musica al servizio quindi di una fiaba che ci trasporta in posti lontani della nostra anima. Ottime tutte le sezioni in buca che lo seguono in ogni intento siglando una prova matura e sensibile. Quanto al cast vocale, nella serata di vista il 18 luglio, sfilava un tris d’assi. Il ruolo di Calaf è sostenuto dal tenore turco Murat Karahan, già apprezzato Cavaradossi della stagione 2017. La voce è molto bella e pur possedendo, il tenore, il temperamento eroico adattissimo al ruolo del principe ignoto sfrutta nel contempo un timbro lirico, duttile e molto fresco che lo rende ideale e credibile nella parte del giovane appassionato. Come già abbiamo potuto apprezzare a Teatro, il lavoro di Murat si afferma, non è mai nella spavalderia del registro acuto che peraltro resta abbagliante, ma nel continuo lavoro di chiaroscuro con cui risolve i suoi personaggi. Come mai era ben costruita l’aria celebre "Nessun dorma" nel "Non piangere Liù" forse tocca il momento migliore del suo Calaf. Anna Pirozzi in Turandot ha siglato dalla sua una prova unica. La voce di soprano drammatico d’agilità è ora la conosciamo bene e ci regala sempre grandi emozioni.Il timbro è pastoso e nonostante il grande volume è stato pensato per smorzare e pianissimi da fuoriclasse. Così la sua "reggia" e tutta la scena degli enigmi diventa vocalmente un monumento. Chiaramente alla base è una grande studio che porta questa artista ad affrontare con successo un repertorio tra i più difficili, ma ha un sacco di più: riesce a cogliere l’umanità di ogni suo personaggio e, sopratutto, riesce a raccontare al pubblico questa "umanità". Persino nella principessa di gelo, tutto avvolta in una austerità propria, riesce a sgelarne l’anima ed un convincere il pubblico. E’un vero peccato che Puccini non abbia scritto lui il finale dell’opera perché è incarnato alla perfezione l’evoluzione di questa donna. |
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